Cash vs Cashless passando per la Digital Identity.

ImmagineE’ con un pizzico di emozione che mi affaccio a questo nuovo mondo; lo faccio per condividere le mie esperienze e le mie passioni, con chi conosco ma, soprattutto, con chi non conosco !
Inizierò parlandovi di “digitalizzazione” e “cashless”.
Qualche giorno fa, Rick Coeckelbergs, ha posto una domanda in un suo post su Linkedin :

Può la tecnologia cambiare il rapporto di forza oggi esistente tra pagamenti Cash e pagamenti Cashless (oggi è circa di 4 a 1), in favore del Cashless ?

La mia risposta è ovviamente un SI, ma che sento il dovere di argomentare…
La tecnologia può esserci di aiuto, ma non possiamo pensare di effettuare un cambiamento culturale, mettendo semplicemente a disposizione degli strumenti di pagamento digitale: dobbiamo educare le persone ad usarli !
Nella mie personale esperienza, ho messo a disposizione dei clienti della mia azienda, molteplici sistemi di pagamento ma non tutti hanno avuto il riscontro sperato, e la motivazione è stata sempre la stessa, mancanza di educazione ed informazione; non tanto da parte di chi gestisce od espone il metodo di pagamento, quanto dalle istituzione bancarie e dagli stackholder interessati. Nella nostra cara Italia, la maggior parte delle persone, preleva i soldi al bancomat per poi attraversare la strada ed utilizzare il contante per pagare i propri acquisti…
Per cambiare queste abitudini radicate occorre uno sforzo molto più grande ed articolato che quello di mettere a disposizioni dei clienti piattaforma di pagamento tecnologicamente avanzate e digitali. Occorre che tutti gli attori coinvolti nella catena dei pagamenti facciano opera di “evangelizzazione” e che, in qualche modo, incentivino ad utilizzare mezzi alternativi al contante.
Secondo me le strade percorribili, parallele, sono due:

1) Premiare l’utilizzo di piattaforme alternative al contante (riduzione della commissione da parte del PSP, premi in Loyalty da trasformare in sconti, da parte dei Merchant)

2) Sviluppo “coatto” di un wallet digitale

Il secondo punto merita un approfondimento maggiore.
La mia personalissima idea su questo tema è la seguente : ad ogni codice fiscale si abbina un’identità digitale ed un wallet digitale.
Il meccanismo, ovviamente da approfondire e da declinare nel dettaglio potrebbe essere il seguente: ad ogni codice fiscale vengono agganciati, in maniera “silente”, l’identità digitale (SPID ad es) ed un wallet digitale. Al primo contatto della persona con la PA (richiesta certificati anagrafici, visite mediche, gestione pratiche agenzia delle entrate, ecc…), l’identità digitale ed il wallet, unici strumenti che permettono lo svolgimento della pratica o del pagamento,  vengono attivati in tempo reale e sono pronti per l’utilizzo.
E’ un’idea che lanciò così, ancora in stato embrionale, ma sulla quale vi invito a riflettere, magari per ampliarla insieme e per renderla un qualcosa di tangibile; le idee non ci mancano, la tecnologia ci assiste e questo è il primo mattoncino … Si può fare !

 

 

 

Road to Rugby World Cup 2019 #6 Advance Australia Fair

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“Il potente sfonda, il piccolo s’infiltra, l’alto salta, il guizzante corre. In una squadra di rugby c’è posto per tutti.” (Luciano Ravagnani)

Manca soltanto una settimana all’inizio della RWC 2019 e noi proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta degli inni delle squadre partecipanti: ancora emisfero sud, stavolta tocca all’Australia !
L’inno dell’Australia, Advance Australia Fair (Incedi bella Australia), fu composto verso la fine dell’ottocento da Peter Dodds McCormick e venne eseguito per la prima volta nel 1878 ma, anche se apprezzato, sia dalla popolazione che dalle autorità, non riuscì a scalzare l’allora inno ufficiale, God Save the Queen (in onore della corona britannica, molto presente a queste latitudini come già riportato nei precedenti articoli di questa serie). Nel corso del 1977, quando i tempi furono maturi per un distacco dal cordone ombelicale britannico, venne indetto un referendum per stabilire quale dovesse essere il nuovo inno australiano e a spuntarla fu proprio la canzone composta da McCormick. Nel 1984, Advance Australia Fair diventa finalmente l’inno ufficiale, a valle di alcune “coraggiose” correttive al testo originale (furono eliminati tutti i riferimenti alla corona britannica e le varie espressioni che figuravano in tono maschile sono state riportate in genere neutro). Il testo è una celebrazione delle bellezze di questa nazione, della libertà ed della voglia di mantenere intatta la bellezza di questa terra !
L’inno, di recente, è stato al centro di una clamorosa protesta da parte dei giocatori di origine aborigena che militano in nazionale : celebrare l’Australia come una nazione giovane e libera oscurerebbe, secondo il loro pensiero, i 60 mila anni di storia aborigena nel continente. Per dare risonanza a questa protesta, circa due mesi fa, in occasione di una partita ufficiale, i giocatori aborigeni della nazionale, durante l’inno, sono rimasti in silenzio attirando ovviamente l’attenzione di tutti i mezzi di comunicazione. A valle di questo episodio, si sta facendo strada nel paese un “partito” di coloro che vorrebbero apportare una piccola ulteriore correzione al testo, sostituendo “giovane e libera” con “forte e libera”. La protesta ha quindi ottenuto l’effetto voluto: accendere i riflettori ed avviare la discussione; sembra comunque che, per le partite dei mondiali, tutti i giocatori canteranno l’inno come sempre. Sempre in tema, aggiungo che, la federazione australiana di rugby, da sempre attenta al rispetto per tutte le culture, nello scegliere la seconda maglia della nazionale per i mondiali, ha pensato di introdurre dei fortissimi richiami alle tradizioni aborigene e ne possiamo apprezzare il risultato, ammirando i disegni ed i colori nella foto in apertura articolo. Come potete osservare, in basso, al centro della maglia, figura l’emblema della nazionale, che è poi anche il soprannome con il quale sono conosciuti i rugbysti australiani : il Wallaby.  E’ un marsupiale, molto simile al canguro, che popola gran parte degli stati del Pacifico. L’origine del nome si dice derivi dalla lingua aborigena Dharuk, nella quale si indicava questo animale con i termini walabi o waliba.
Penso di essermi dilungato abbastanza… godetevi questa bella versione di Advance Australia Fair e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #5 God bless Fiji

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“Il rugby sono 14 uomini che lavorano insieme per dare al quindicesimo mezzo metro di vantaggio.” (Charlie Saxton)

Bentrovati lettori ! Proseguiamo la nostra ideale altalena tra i due emisferi del globo; trasferiamoci nuovamente nell’emisfero sud per andare a conoscere una delle squadre più fisiche del pianeta : Fiji !
Le Fiji sono un piccolo stato insulare del Pacifico abitato da poco meno di un milione di persone. Furono scoperte, come altre isole di queste latitudini, dalle esplorazioni di esplorazioni europee, in questo caso dall’olandese Abel Tasman nel 1643 e quindi colonizzate dal regno britannico. Nel 1970 le Fiji conquistarono l’indipendenza e divenne una repubblica nel 1997 dopo una serie di colpi di stato. Ancora oggi la situazione politica interna è molto difficile e, soltanto di recente, il paese è stato riammesso nel Commonwealth. L’inno delle Fiji, God Bless Fiji, fu composto nel 1911 da Michael Francis Alexander Prescott.  Il testo, molto scarno, presenta forti richiami alla protezione divina per preservare questa terra di sabbie dorate, tramonti, felicità !
Come dicevo in apertura, i giocatori figiani sono famosi per la loro prestanza fisica (che, spesso, va a scapito della tecnica), e si vedono costretti ad emigrare verso i campionati europei per trovare fortuna e guadagni (soprattutto in Francia ed in Inghilterra) e per portare al servizio della propria nazionale gli skill appresi durante le loro peregrinazioni.
Le partite delle Fiji sono precedute dall’inno e dalla tradizionale danza Cibi ! Le origini della Cibi sono remote ed incerte, ma sembra ormai assodato che sia nata come danza di guerra. Il debutto della Cibi avvenne nel 1939, durante un tour di trasferte in Nuova Zelanda, per contrastare la Haka Neozelandese. Godiamoci insieme questa versione della Cibi, eseguita nello stadio di Twickenham, Londra, prima del debutto ai campionati del mondo del 2015 : Cibi !

A presto e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #4 Amhrán na bhFiann and Ireland’s call

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“… non è come il calcio, il blitz, il contropiede, la guerra-lampo, roba elegante, da individuali. A rugby conta solo il gioco collettivo: terra da conquistare, linea dopo linea, fino all’ultima trincea che, non a caso, si chiama meta…” (A. Baricco)

Il nostro viaggio tra gli inni delle nazioni che si affronteranno nella RWC 2019, ci porta oggi in nella mitica isola verde: l’Irlanda !
La nazionale irlandese di rugby è l’unica nazionale ad essere accolta in campo da due inni (eseguito uno dopo l’altro, soltanto per le partite casalinghe) : Amhrán na bhFiann, tradotto in inglese Soldier’s Song, e Ireland’s Call; il primo inno è quello della Repubblica d’Irlanda, o Eire, mentre il secondo viene eseguito per accogliere, in unico inno, anche gli atleti provenienti dalla quarta provincia irlandese, l’Ulster, o Irlanda del Nord, che, come sappiamo è sotto la giurisdizione britannica. Il rugby è lo sport che unisce, e questo detto non è mai stato così vero come in questo caso: atleti di due nazioni diverse che vestono la stessa maglia e cantano le stesse parole !
Soldier’s song viene composto, nel 1910, da Patrick Heeney e Peadar Kearney, per dare forza all’esercito irlandese (cattolico) che combatteva contro l’impero britannico. La lotta armata durò parecchi anni, a cavallo della Prima Guerra Mondiale e terminò nel 1921 con il riconoscimento dello Stato Libero d’Irlanda. Cinque anni dopo, nel 1926, Soldier’s Song diventa l’inno nazionale irlandese. Il testo, ovviamente, è un accorato appello alla ribellione, all’unità ed alla lotta per cacciare via il sovrano oppressore e riappropriarsi della propria identità, della propria terra; alcuni versi richiamano lo “stringiamoci a coorte” del nostro inno di Mameli (le assonanze non finiscono qui…). Nel 1949 viene proclamata la Repubblica d’Irlanda che raggruppa quasi tutte le province irlandesi, ad eccezione dell’Ulster che rimane sotto l’egida britannica. La convivenza di due popolazioni così religiosamente diverse, la continua presenza militare britannica nell’Ulster e la voglia indomita di riunire tutte le contee sotto un’unica bandiera, rappresentano la miccia che accenderà una sanguinosa lotta civile, i cosiddetti Troubles. Il conflitto si svolse tra gli anni sessanta e la fine degli anni novanta, causando circa 3.000 morti. Le ostilità cesseranno soltanto il 10 aprile 1998, con l’accordo del Venerdì Santo. A livello sportivo avviene un “miracolo” : la federazione irlandese di rugby (IRFU), volendo rappresentare tutto il rugby irlandese, senza divisioni di sorta, rinuncia al tricolore irlandese come bandiera, assumendo come identità un vessillo rappresentante un bianco trifoglio in campo verde, assumendo proprio il verde come colore comune e commissionando un nuovo inno per rappresentare gli atleti uniti. Nel 1995, dalla penna di Phil Coulter, nasce Ireland’s Call, che sprona tutte le province irlandesi a rispondere ad un’unica chiamata, quella dell’Irlanda (“L’Italia chiamò”… altra assonanza). Il testo è molto scarno ma ribadisce l’unione delle quattro province (Munster, Connacht e Leinster per l’Eire e Ulster per l’Irlanda del Nord) ad unirsi e sostenersi nella lotta, spalla a spalla, shoulder to shoulder !
Chi ha visto una partita dell’Irlanda nel mitico Aviva Stadium di Dublino, sa bene che i due inni fin qui descritti, sono solo una parte dell’accompagnamento musicale del gioco; durante la partita, vengono spesso cantate due canzoni della tradizione popolare irlandese: Molly Malone e Fields of Athenry. La prima viene considerata l’inno della città di Dublino ed è la storia di una venditrice ambulante di pesce, Molly Malone appunto, che sembra arrotondasse le sue entrate con quelle provenienti dall’attività di meretrice. Ancora oggi, una bellissima statua bronzea di Molly Malone eretta nel centro della capitale irlandese, è costante meta di turisti.
Fields of Athenry, invece, ricorda gli anni della carestia e della guerra contro la corona inglese, tra il 1845 ed il 1850; narra la storia di una giovane coppia, divisa dalla condanna di lui, per aver rubato del frumento che serviva a nutrire il loro bambino e per aver combattuto fieramente il dominio della corona britannica; lei si ritroverà da sola, al porto, guardando la nave galera che porta lontano il suo amato. Il ritornello di questa struggente canzone viene cantato per sottolineare i momenti esaltanti della partita.
Direi che è arrivato il momento di gustarsi questo unico e particolare miracolo sportivo, gli inni della nazionale irlandese di rugby : Soldier’s Song + Ireland’s call !

A presto e… mai paura !

PS: per chi volesse approndire, qui trovate una bellissima versione live di Fields of Athenry cantata dai Dubliners

Road to Rugby World Cup 2019 #3 Ko e fasi ʻo e tuʻi ʻo e ʻOtu Tonga

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“… da quel giorno si fanno chiamare Ikale Tahi, cioè Aquile di mare, indossano una maglia rossa come il Galles di Gareth Edwards, delle mete non gliene frega niente, a loro interessano solo i placcaggi, meglio se al collo, e pazienza, sono fatti così.” (M. Pastonesi)

Il nostro terzo appuntamento, ancora una volta nell’emisfero sud, ci porta nel regno di Tonga, detta anche “Isola degli amici” per il carattere gioviale dei suoi abitanti.
Abitato già a partire dal II millennio a.C., fu colonizzato verso la fine del 1700 dalle spedizioni di James Cook, che assicurò questo regno alla corona britannica.
L’inno nazionale è l’impronunciabile “Ko e fasi ʻo e tuʻʻo e ʻOtu Tonga”, che si traduce “canzone del Re delle isole Tonga“; le parole furone scritte dal principe  Uelingatoni Ngū Tupoumalohi e divenne l’inno ufficiale di Tonga nel 1874. Il brevissimo testo di cui è composto l’inno rappresenta un richiamo alla protezione divina sul regno e sul suo sovrano. Per i rugbysti tongani, non è tanto l’inno a fornire le motivazioni per affrontare le partite, bensì l’antica danza di guerra Sipi Tau, derivazione dell’altrettanto antica Kailao, che viene eseguita subito dopo l’inno, mentre la squadra avversaria la osserva, schierata immobile sulla linea di centrocampo in segno di rispetto (è un sorta di protocollo “non scritto”, che vale anche per la Haka neozelandese e per le altre danze che accompagnano gli inni delle squadre delle isole del Pacifico). Le parole che accompagnano la gestualità della danza, vengono spesso cambiate e non se ne ha una versione “stabile”, viene dettata sempre dall’emozione del momento; gli unici riferimenti “fissi”, sono i richiami allo spirito guerriero dei tongani ed alla protezione divina per chi non tornerà dalla battaglia. Questo non deve tradire comunque l’indole “positiva” di questa popolazione; dice infatti un vecchio proverbio tongano “Oua lau e kafo kae lau e lava“, che suona più o meno “rimani positivo e ringrazia per quello che hai“. Siale Piutau, uno dei giocatori più rappresentativi e famosi di Tonga (ha disputato numerose stagioni nel campionato inglese e nel Super Rugby), disse in un’intervista “La Sipi ti gasa, pompando aria nei polmoni; ti focalizza sul tuo avversario e ti carica di emozioni. Per noi è così importante che sapere come uscirne è la chiave della nostra prestazione.
Beh, direi che è giunto il momento di gustarsi una suggestiva versione della Sipi Tau, buona visione e a prestissimo !

Road to Rugby World Cup 2019 #2 Nkosi Sikelel’ iAfrika

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“Nessuno sceneggiatore di Hollywood avrebbe potuto scrivere un copione migliore … quando Nelson Mandela mi diede la Coppa mi disse – Grazie per quel che ha fatto per il Sudafrica -, e io gli risposi: Grazie per quel che ha fatto Lei ! “
(Francois Pienaar, capitano della nazionale Sudafricana, campione del mondo 1995)

Nelson Mandela e Francois Pienaar, nel 1995, furono protagonisti di un miracolo, politico, umano e sportivo : la vittoria del Sudafrica ai campionati del mondo di rugby, ospitati proprio in Sudafrica !
Fino ad allora, in quelle terre, i Bianchi avevano eletto il rugby a massimo esempio della loro “supremazia” e per i Neri quello sport non era niente altro che il simbolo dell’oppressione; una divisione nella divisione insomma.
Il Sudafrica era da poco uscito dall’Apartheid (con le elezioni del ’94 che videro trionfare l’African National Congress guidato da Mandela) e Nkosi Sikelel’ iAfrika, scritto nel lontano 1897, dal maestro elementare Enoch Mankayi Sontonga, diventa, finalmente, l’inno nazionale sudafricano. La versione definitiva contempla strofe nella originale lingua Xhosa, cui si aggiungono quelle in lingua Zulu, Sotho, Afrikaans e in inglese, andando a rappresentare così tutte le anime di quella che diventerà per tutti la nazione arcobaleno. L’inno nacque sotto forma di preghiera per l’Africa ed i suoi figli (il titolo si traduce infatti in “Dio protegga l’Africa”) e divenne ben presto il simbolo della chiesa metodista. Quando, nel 1912, subito dopo la proclamazione del Sudafrica come “dominion” britannico e l’invasione di inglesi ed olandesi, arrivati per sfruttare i giacimenti di diamanti, nasce l’ANC, questo adotta immeditamente Nkosi Sikelel’ iAfrika come proprio inno.
Il testo è intriso di amore e preoccupazione per la nazione sudafricana, una dichiarazione di pace, un richiamo forte all’unità di tutte le culture che convivono in questa terra, poichè solo con la condivisione e la pace, tutti possono godere delle bellezze dei cieli, delle montagne e del mare di questo paese fantastico, e termina con la frase “lasciaci vivere e combattere per la libertà, in Sudafrica, la nostra terra”!
Torniamo per un attimo alla foto che compare all’inizio del post: per l’occasione Nelson Mandela indossa la stessa maglia del capitano Pienaar, quella con il numero 6, quella con il simbolo dell’antilope (lo Springbock), che tanto era stato osteggiato dalla popolazione di colore, ma che Mandela difese ad oltranza. Mandela si sentiva veramente “il capitano” di quella nazionale, di quella splendida avventura che si concluse con il trionfo nello stadio di Johannesburg; si sentiva “il capitano” perchè, come ricordava spesso nelle sue interviste e nella apparizioni pubbliche, c’era una poesia che contribuì ad alleviare il suo disagio, il suo dolore, durante la dura prigionia negli anni dell’apartheid :

INVICTUS di William Ernest Henley

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un estremo all’altro,
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina, ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l’orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretta sia la porta,
Quanto impietosa sia la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

 

E adesso godetevi la splendida atmosfera di quel giorno d’estate del 1995 : Nkosi sikelel’ iAfrika !

Road to Rugby World Cup 2019 #1 God defend New Zealand

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Chi mi conosce sa quanto io sia un appassionato di rugby; purtroppo non l’ho mai giocato, ma vi assicuro, ogni volta che assisto ad una partita la tensione è così alta che alla fine è come se avessi giocato anche io !
Il prossimo 20 settembre, in Giappone, prenderà vita la Rugby World Cup 2019, ed è mia intenzione accompagnarvi a quella data con qualche mio articolo. Ho scelto di presentarvi, una ad una, tutte le nazionali coinvolte nella fase eliminatoria, tramite le sensazioni e la storia dei loro inni nazionali. Nel rugby, il momento riservato agli inni, è parte integrante della partita e trasmette vibrazioni uniche veicolate dalla musica, dalle parole e dalle immagini delle squadre schierate.
L’esordio di questa serie di articoli riguarda, doverosamente, i campioni uscenti, ovvero la nazionale della Nuova Zelanda.
Parliamo di “God defend New Zealand” (che ha quasi del tutto sostituito, “God save the Queen”, che, in precendenza, vista la sovranità della Regina d’Inghilterra su queste terre, era l’inno ufficiale). Nel rispetto delle tradizioni e delle popolazioni originarie di questa isola (i Maori), nelle occasioni ufficiali ne vengono cantate 4 strofe, le prime due in lingua maori e le seconde in inglese. L’inno venne scritto nel 1870 da Thomas Bracken ma divenne l’inno ufficiale del paese soltanto nel 1977, a seguito di una petizione popolare e dell’avallo della Regina d’Inghilterra. Nel testo vi sono chiarissimi riferimenti alla religione cattolica (“God defend our free land” … “God defend New Zealand”) e, allo stesso tempo, si professa l’apertura a “men of every creed and race” ; sono altresì presenti i riferimenti alla bellissima natura di questa isola che, in lingua maori, è denominata Aotearoa, ovvero terra dalle lunghe nuvole bianche. I riferimenti alla natura li troviamo anche sulla storica maglia nera (di qui All Blacks), dove, all’altezza del cuore, è stampata la felce argentata, tipica di queste latitudini, che rappresenta il cambiamento e la rinascita del popolo neozelandese.
L’inno neozelandese viene seguito dalla famosissima Haka, una danza tipica della popolazione Maori, che sarà oggetto di uno dei prossimi articoli.
E adesso, dopo questo lungo preambolo, è ora che a parlare sia questa bellissima versione di God defend New Zealand ! Buona visione e a prestissimo !

PSD2, Fintech e l’OTTavo nano

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E’ notizia di oggi che anche la Consob, buon’ultima a dare l’allarme, si dice “preoccupata”, del fatto che, nel solco della PSD2, possa essere consentito a terze parti regolarmente autorizzate (TPSP) di accedere a informazioni preziose quali abitudini di spesa dei consumatori, propensione al risparmio e, più genericamente al loro profilo finanziario… e “buongiorno !” aggiungerei io … finalmente anche su quei lidi ci si accorge del problema dei problemi : l’OTTavo nano è già uscito dalla casa di Biancaneve e, ascia in mano, e pronto ad aggredire i boschi dove, a fatica, banche, utilities & c, hanno fatto crescere i loro alberi-clienti.
Preoccupanti sono anche le cifre, se veritiere, che vengono snocciolate dalla stessa Consob : solo il 12% dei consulenti finanziari italiani conosce gli AIS (Account Information Services) e solo il 15% conosce l’FDA (Financial Data Aggregation)…
Se veramente il panorama è quello disegnato dalla Consob, siamo messi veramente male. Chi non è corso ai ripari finora, ha ancora poco tempo per farlo. A meno che, non si voglia lasciare la propria customer base nelle mani di qualcuno che, al manifestarsi di problemi seri (vedi Facebook in questi giorni) e non riuscendo a trovare la soluzione, chieda poi aiuto alle autorità centrali dei vari paesi (io saprei cosa rispondergli, ma la risposta la tengo per me …); dopo il danno, la beffa.
Altro che stupirsi per le false novità dell’Apple Card … i problemi da affrontare sono altri: bisogna lavorare per far si che l’OTTavo nano non trovi più la strada per il bosco, nella speranza che la favola si chiuda con il classico “e vissero tutti felici e contenti”.