La fiducia nell’Open Banking, i conti di Qonto e il clamore mediatico sui pagamenti digitali

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Wallace Stegner, forse il più grande romanziere americano amava dire : “Per chi scrive è fondamentale mettere il sedere su una sedia ogni giorno. Magari quel giorno non sei ispirato da una musa, ma devi almeno darle la possibilità di farti visita. In fin dei conti, scrivere è un mestiere come un altro. Devi farlo ogni giorno.”

Un recente report di EY sulle opportunità nel settore dell’Open Banking, richiama l’attenzione su quattro pillars fondamentali che dovranno sostenere il successo in questo campo: il quadro regolatorio, il tasso di adozione, il sentiment dei clienti e l’ambiente innovativo. Il pilastro che scricchiola di più è quello del tasso di adozione; EY ha analizzato 10 mercati internazionali ed in 9 di questi la fiducia dei consumatori nei confronti delle soluzioni offerte dall’Open Banking rimane molto bassa. Il mercato che fa eccezione, neanche a dirlo, è quello cinese dove, grazie alla naturale propensione al digitale si è creato un ambiente positivo anche per l’Open Banking. In effetti il successo o meno delle iniziative in questo campo sarà decretato dalla capacità delle istituzioni finanziarie di coinvolgere i propri clienti e, come dico da tempo, oltre al coinvolgimento occorrerà far comprendere, con chiarezza, i benefici che vengono da questa innovazione. C’è chi ha già intrapreso questa strada affidandosi ad un gruppo di influencers, vedremo quali saranno le prossime mosse.

La neobank francese Qonto ha recentemente festeggiato il suo primo anno di attività nel mercato italiano. I suoi prodotti si rivolgono prevalentemente al settore delle PMI ed il percepito è quello di un servizio moderno, semplice e trasparente; questo ha permesso a Qonto di veder crescere la propria base clienti con una media del 25% ogni mese e questo ha portato ad un raddoppio del fatturato nel raffronto con lo scorso anno. Il vero successo di Qonto, però, è dovuto anche all’inadeguatezza dell’offerta di servizi da parte delle nostre banche tradizionali nei confronti di una clientela PMI, poiché i loro sforzi, tradizionalmente, si concentrano, da sempre, su clientela retail o corporate. Competitors italiani ne abbiamo ?

Ogni giorno, sia sulle testate online che su quelle cartacee, fioccano articoli sui pagamenti digitali e sulla lotta al contante. Questa, forse eccessiva, attenzione mediatica, spalleggiata anche dalle varie fazioni politiche, rischia di distorcere un pò la realtà e, quantomeno, sposta l’attenzione su ricette ed alchimie che, nonostante la loro popolarità, porterebbero non alla realizzazione di una società cashless ma all’esatto contrario. Mi riferisco alle ipotesi di regolamentazione governativa, delle commissioni relative alle transazioni fatte con moneta elettronica, ed al presunto effetto deterrente del cashless verso transazioni effettuate in nero o che sono alla base del sovvenzionamento di attività criminale. Come molti di noi sanno, le commissioni bancarie hanno subito, più volte, processi di riduzione, in alcuni casi disposti anche dalle autorità bancarie centrali; ridurre ulteriormente, con provvedimenti governativi, significherebbe limitare un mercato dove operano società non partecipate, molte delle quali sono quotate in borsa, rischiando di introdurre non poche turbative. L’unico modo per far si che le commissioni si riducano ulteriormente è, come le regole del mercato ci insegnano, che aumenti il numero delle transazioni; non a caso le commissioni che oggi i merchant riconoscono alla filiera sono circa un terzo di quelle che venivano riconosciute pochi anni fa. Ergo gli sforzi, anche quelli della politica, dovrebbero indirizzarsi altrove e sollecitare chi effettua il pagamento, ovvero i cittadini, e proporre dei benefici (reali e robusti però, non la lotteria degli scontrini, tanto per essere chiari) che possano trainare una vera crescita del cashless. Per quanto riguarda la lotta all’evasione ed alle attività illecite, quando sento che bisogna spingere i pagamenti digitali per aiutare la battaglia legale su questi fronti, mi viene in mente una situazione che si venne a creare in India ai tempi del colonialismo britannico: all’epoca, gli inglesi, si misero in mente di debellare i cobra, che imperversavano sia nelle campagne che nelle periferie delle città. Istituirono una sorta di taglia, incitando la caccia a questi rettili, e remuneravano le persone con una somma per ogni esemplare ucciso. Gli indiani pensarono però che andando di quel passo, prima o poi, i cobra si sarebbero estinti così come si sarebbe estinta la loro fonte di guadagno. Fu così che alcuni indiani si misero ad allevare cobra al solo scopo di riscuotere la taglia. I britannici, dopo un po’ di tempo, scoperto l’inganno, revocarono il provvedimento che aveva istituito la taglia sui cobra e l’unico effetto ottenuto fu quello che tutti i rettili presenti in quel momento negli allevamenti vennero liberati e si andarono ad unire a quelli presenti in libertà. Vogliamo veramente essere invasi dai cobra ?

A prestissimo e … mai paura !

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