Tu chiamale se vuoi CDBC … piccole emozioni, l’ispettore Closeau e Britney Spears

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CBDC, ovvero Central Bank Digital Currency, versioni digitali delle monete fiat che, a differenza delle altre cryptocurrencies sono vigilate dalla autorità bancarie centrali; di loro si fa un gran parlare in questi giorni. Ha cominciato la Germania, poi Banque de France e, ultimo in ordine di tempo, il presidente della Consob Paolo Savona. I francesi parlano di “cauta apertura alla sperimentazione”, ma questo è comunque un fatto (così diceva l’ispettore Closeau se non erro…). Più che un fatto direi una dichiarazione di intenti; la sintesi potrebbe essere che si sta sempre più rilevando un bisogno di aumentare l’efficienza delle attività finanziare (BdF si riferiva soprattutto alle operazioni cross border) e della tokenizzazione di queste, grazie all’ausilio di tecnologie DLT based, ovviamente tutto ciò dovrà avvenire sotto il controllo delle autorità centrali, la BCE in questo caso. Gli ha fatto eco, qualche giorno dopo, il presidente della Consob, Paolo Savona, che però è anche andato un pochino oltre, affermando che : “Oggi è possibile isolare il sistema dei pagamenti dalle gestioni bancarie creando criptomonete per migliorare efficienza e ridurre il costo delle transazioni. Le banche diverrebbero mere intermediarie di risparmio e il loro principale servizio diverrebbe quello di valutare il merito di credito”. Parole forti direi, come sempre quando a parlare è Savona, ma assolutamente di sprone per svegliare chi ancora sonnecchia tranquillo o per far fare ulteriori passi a chi si è fermato alla fase di POC. Facendo una sintesi potremmo dire : “E’ giunto il momento !”. E’ sicuramente giunto il momento di non fomentare più l’hype su queste tecnologie e cominciare a produrre soluzioni. E’ il mercato ed il sistema che lo chiede e le potenzialità, aldilà di quelle rimarcate da interventi ben più di alto livello rispetto a quello che può esprimere il sottoscritto, sono molteplici, sia per le banche che per tutti gli stakeholder della catena. Chissà se, prima o poi, io ed il mio amico Roberto Garavaglia, cominceremo a raccogliere le royalties del marchio CryptoEuro™

L’annuncio del prossimo ingresso di Google nel mondo della gestione dei conti bancari ha sicuramente fatto rumore, amplificato dai risultati di una survey del sito Payments.com, secondo la quale è emerso che il 57,5% degli intervistati si sono dichiarati interessati a sistemi di banking offerti da attori non finanziari. Ovviamente una cosa è l’interesse dimostrato in un sondaggio, molto diversa potrebbe essere la realtà ma anche questo è un fatto (dice Closeau). Soffermiamoci, però, sulla risposta ad un’altra domanda contenuta nello stesso sondaggio, dalla quale emerge che il 91% degli intervistati si dichiara soddisfatto dei servizi offerti dalla propria banca. Direi che la partita è ancora in bilico e che non sarà facile per chiunque, piccolo o grande che sia, giocare un ruolo importante o, quanto meno, forse i tempi (o gli utenti) non sono ancora maturi affinchè ci sia uno spostamento importante di clientela dalle banche verso società non finanziarie. Ne riparleremo tra un bel pò credo… pensiamo qui anche alla difficile traversata transoceanica verso l’Europa che vedrà impegnata la AppleCard (occhio al pappafico…) ed al travaglio podalico di Libra.

Voglio concludere questo articolo facendovi sorridere. Curve, uno degli ultimi card aggregator a vedere la luce, e sbarcato da qualche mese anche in Italia, ha trovato un modo divertente per incentivare l’uso della moneta elettronica: sul suo account Twitter è stata pubblicata una gif animata di Britney Spears, impegnata nel video di “Baby one more time” e la didascalia recita “…give me a sign, tap me baby one more time !”. Non male

A prestissimo … e tap iamole queste carte su !

PayPal in Honey…moon e le altre news del mondo Fintech

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E’ notizia di qualche giorno fa che PayPal ha acquisito la piattaforma Honey per 4 miliardi di dollari. Si tratta dell’investimento più importante effettuato da PayPal nella sua storia e traccia una nuova rotta per il futuro delle Fintech; con questa acquisizione, PayPal non gestirà più soltanto il pagamento della transazione di ecommerce ma diventerà attore principale nella ricerca degli acquisti da parte dei propri clienti. PayPal sarà quindi in grado di accompagnare il cliente sin dall’inizio del “bisogno” fino al pagamento consentendogli una esperienza completa. Ovviamente la creazione di questa “esperienza” per il cliente è solo uno dei motivi che spinto PayPal ad acquisire Honey … pensate, infatti, a cosa può portare l’integrazione dei dati dei circa 24 milioni di merchant account di PayPal con quelli degli shoppers di Honey ! E non dimentichiamoci anche della penultima acquisizione di PayPal, quella di Venmo; la combinazione delle tre entità potrebbe portare velocemente ad un’esperienza di acquisto iper personalizzata che costituirebbe un ulteriore lockin per PayPal verso i propri clienti. Tutto questo lascia anche pensare che, la prossima partita che si giocherà tra i grandi player dei pagamenti e dell’ecommerce, potrebbe essere quella del rewarding da programmi di loyalty diffusi; non più, quindi, programmi di loyalty verticali ma orizzontali: è questo, secondo me, il tassello abilitante che manca al mosaico di PayPal, e non solo a quello … verificheremo se il tempo confermerà questa mia ipotesi.

Settimana movimentata, l’ultima trascorsa, anche per il ministro dell’Innovazione Paola Pisano: il ministero ha deciso di far ripartire la diffusione di Spid, tramite un emendamento alla legge di Bilancio sull’identità digitale; in buona sostanza si vuole accentrare la distribuzione di Spid allo Stato (e non più quindi agli identity provider), unificandone l’emissione contestualmente alla richiesta della carta di identità elettronica. Gli attuali provider continueranno a lavorare fino al cambio di governance e saranno sostituiti, così come anticipato dal ministro Pisano, da provider cosiddetti “forti”, come PagoPA, banche e Poste.
Non so dirvi se la mossa porterà i frutti sperati ma, sicuramente, era necessaria una presa di posizione ed un nuovo indirizzo da parte del Ministero, e questi ci sono stati. Di sicuro comincerei a guardare con interesse ai prossimi sviluppi della app IO, sviluppata dal team per l’Italia Digitale, che potrebbe essere la maggior beneficiaria di un aumento della distribuzione di Spid incrociandolo con i servizi che riuscirà a mettere a disposizione del cittadino.

Ho letto con molto interesse un’intervista di Digital360 al CEO di Revolut Nikolay Storonsky. Revolut non si fermerà, afferma Storonsky, e la sua ambizione è quella di diventare la prima banca realmente globale, l’Amazon dei servizi finanziari; l’intenzione è quella di affiancare, ai servizi finanziari di base (che continueranno ad essere gratuiti), una serie di servizi ad alto valore raggiunto (da cui trarre le revenue) che permetteranno di generare ottimizzazione grazie alle economie di scala; in buona sostanza, in Europa soprattutto, almeno a detta di Storonsky, si dovrebbe/potrebbe puntare alla creazione di aziende globali, che siano in grado di ribaltare gli attuali paradigmi dei mercati e monetizzare l’innovazione. La strada è tracciata ed è quella giusta, secondo la mia modesta opinione, e adesso spetta a chi avrà la forza ed il coraggio di agire, così come ben rappresentato da Muzio Scevola quando comparve al cospetto del Re Porsenna, il quale, alla domanda del Re “ma chi te lo ha fatto fare di attentare alla mia vita, correndo il rischio di essere catturato ed ucciso ?”, rispose “Et facere et patii fortia romanum est !” (il fare ed il patire grandi cose è da romano).

Et facere et patii fortia FINTECH est !

A prestissimo

 

Road to Rugby World Cup 2019 #14 The Star-Spangled Banner !

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“Vincere con modestia e perdere con leggerezza: questo è il marchio di un grande rugbista” (Anonimo)

La RWC2019 è giunta alla vigilia dei quarti di finale ed il nostro viaggio è arrivato alla quattordicesima tappa : USA !
L’inno nazionale americano è il famosissimo “The Star-Spangled Banner”, ovvero “la bandiera adorna di stelle”. E’ frutto dell’incontro del testo, la poesia “The defence of Fort McHenry”, scritta nel 1814 da Francis Scott Key, e la musica di una canzone popolare “To anacreon in heaven”, scritta dal compositore inglese John Stafford Smith. Leggenda vuole che Key, spettatore di una battaglia tra inglesi ed americani, nel porto di Baltimora, vide resistere Fort McHenry, eretto proprio a difesa del porto, ad un violentissimo ed ininterrotto bombardamento inglese; ad ispirarlo nella composizione della lirica, fu proprio la bandiera americana issata sul forte, una enorme bandiera di 9 metri per 12, issata in luogo della precedente, ormai lacerata dai colpi dell’artiglieria inglese, che lui scorse all’alba dopo un’intera notte di combattimenti. La particola resistenza degli americani costrinse al ritiro le truppe inglesi e la bandiera di cui parliamo è ancora oggi conservata al museo Smithsonian di Washington. Ed è proprio a questa bandiera sventolante alle prime luci del giorno che è dedicata la prima strofa dell’inno che termina con la frase “O say, does that star-spangled banner yet wave, O’er the land of the free and the home of the brave ?” . La lirica, dopo essere diventata la colonna sonora dell’alzabandiera, prima della Marina Militare e poi della Casa Bianca, divenne ufficialmente l’inno americano nel 1931, grazie ad un atto dell’allora presidente Herbert Hoover. La bandiera adorna di stelle, così come la battaglia di Fort McHenry, sono tra i miti fondativi americani e ne viene data una grandissima enfasi in tutto il testo scritto da Key.
La nazionale americana di rugby è soprannominata “The Eagles” e proprio l’emblema di un’aquila stilizzata fa bella mostra sulle maglie dei rugbysti statunitensi. Attualmente, nel ranking mondiale, gli Stati Uniti occupano la posizione n. 17. Nella fase a gironi della RWC2019 hanno incontrato Inghilterra, Argentina, Francia e Tonga, perdendo tutte le partite.
Seguendo questo link potrete gustarvi una versione di The Star-Spangled Banner eseguita proprio nel corso della RWC2019.
Continuando a parlare del torneo, a causa del passaggio del tifone Hagibis, sono state annullate alcune partite dell’ultima giornata della fase a gironi: Italia-Nuova Zelanda, Namibia-Canada e Inghilterra-Francia (tutte ininfluenti per il passaggio ai quarti di finale). La grande sorpresa del torneo, promosso con merito ai quarti di finale, è il Giappone, capace di inanellare quattro vittorie su quattro partite giocate, mettendo in riga Irlanda, Scozia, Samoa e Russia. Gli accoppiamenti per i quarti di finale sono : Inghilterra-Australia e Nuova Zelanda-Irlanda, che si giocheranno sabato 19 ottobre (in mattinata per noi ed in diretta sulla RAI), Galles-Francia e Giappone-SudAfrica, che si giocheranno domenica 20 ottobre (sempre in mattinata, sempre in diretta sulla RAI).

A prestissimo e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #13 Orientales, la patria o la tumba !

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“Il rugby non finisce all’ottantesimo minuto e nemmeno quando appendi le scarpette al chiodo. Il rugby e’ per tutta la vita.” (Pablo Devoto)

Carissimi lettori bentrovati ! Il nostro viaggio, arrivato alla 13^ puntata, ci porta ad attraversare nuovamente l’Atlantico; andiamo a conoscere l’inno di una delle nazionali rugbstiche emergenti : l’Uruguay !
L’inno dell’Uruguay è universalmente conosciuto dalle parole che danno inizio allo stesso : Orientales, o la patria o la tumba ! Gli orientali sono appunto gli abitanti di questo paese, chiamati così perchè, a valle dell’annessione da parte del Brasile, nel 1816, l’Uruguay era la parte orientale di questa nuova entità. L’inno fu scritto da Francisco Acuna de Figueroa nel 1833, e lo stesso apportò alcune modifiche al testo nel 1845. La musica fu composta successivamente, nel 1848, da Francisco Jose Debali. L’ultima modifica al testo fu del 1938, al fine di apportare alcune correzioni grammaticali. “Orientales, o la patria o la tumba” è ufficialmente l’inno dell’Uruguay dal luglio del 1833. E’ un inno “sanguigno”, corale, coinvolgente; è un richiamo continuo a combattere per la Patria e per la libertà, parola, quest’ultima che, si afferma nel testo, verrà gridata “anche morendo !”, è questo il “voto che pronuncia l’anima e che sapremo compiere”, “Que sabremos cumplir !” (è la frase che, ripetuta più volte, chiude l’inno).
Come dicevamo in apertura, l’Uruguay è una delle nazionali emergenti nel panorama rugbystico internazionale; i giocatori sono soprannominati Los Teros (il tero è un uccello dalle lunghe zampe, abitante delle sponde limacciose dei grandi fiumi sudamericani) e nel ranking mondiale si trovano tra le prime venti posizioni, poco sotto l’Argentina. Il debutto dei Los Teros sulla scena internazionale fu nel 1952, proprio contro l’Argentina, ma è dagli anni 90 ad oggi che il rugby uruguagliano è cresciuto in maniera esponenziale, qualificandosi più volte per la fase finale dei mondiali e scalando le classifiche internazionali.
Ecco a voi una intensa interpretazione di Orientales, o la patria o la tumba, buona visione !

Per quanto riguarda la RWC2019, siamo arrivati alla fase che definirà il quadro dei quarti di finale; nell’ultima settimana, l’Irlanda, pur senza entusiasmare non ha lasciato neanche un punto alla Russia, mentre Fiji ha anientato la Georgia. Venerdì scorso l’Italia ha ceduto di schianto contro il Sud Africa, marcando soltanto 3 punti (in parte sfortuna per l’infortunio di ben due piloni nel giro di 20 minuti, e poi per demeriti propri che hanno portato gli azzurri a giocare in inferiorità numerica per tutto il secondo tempo. L’Australia, l’Inghilterra ed il Giappone, hanno proseguito il loro cammino vittorioso, rispettivamente contro i Los Teros, Argentina e Samoa. La Nuova Zelanda ha passeggiato contro la Namibia mentre la Francia, in un tiratissimo match contro Tonga, l’ha spuntata per un pelo, guadagnandosi matematicamente l’accesso ai quarti di finale.

A prestissimo e … mai paura !

 

 

 

Road to Rugby World Cup 2019 #12 Hen Wlad Fy Nhadau

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“Gli inglesi praticano questo gioco perché l’hanno inventato. Gli irlandesi perchè detestano gli inglesi e adorano le risse. Gli scozzesi l’hanno adottato per la loro inimicizia storica nei confronti degli inglesi. I gallesi hanno un enorme vantaggio sui loro avversari: tutti i loro giocatori, infatti, o sono nati su un campo di rugby o vi sono stati concepiti.” (Peter George Derek Robbins)

Chi mi conosce sa che il mio cuore rugbystico è un tricolore, verde, bianco e rosso : il verde dell’Irlanda, il bianco della seconda maglia della nazionale italiana, ed il rosso, intenso, delle maglie del Galles ! E’ quindi con tutto il cuore che oggi vi parlerò di Hen Wlad Fy Nadhau (che tradotto dall’idioma gallese è Terra dei miei padri), l’inno del Galles. E’ un inno particolarmente sentito dai giocatori e dai tifosi gallesi, e durante la sua esecuzione si vedono scendere copiose lacrime sulle gote di tutti; gli spettatori degli altri paesi fanno fatica a seguirne il testo (viene cantato rigorosamente in lingua gallese), ma la sua melodia e l’atmosfera che si crea al Millennium Stadium di Cardiff (74.500 posti dedicati al rugby), rapiscono completamente gli animi di chiunque! L’inno è il risultato del lavoro di Evan James e James James, padre e figlio, che nel 1856 ne composero, rispettivamente, parole e musica. Il testo celebra le antiche tradizioni di questa terra, patria di artisti e patrioti, che per la causa della libertà furono disposti a versare il loro sangue. La parola Patria, in gallese Gwlad, viene scandita ed urlata a piena voce, quasi a rivendicarne il possesso ed il sacrificio fatto per difenderla; il tratto che unisce la patria ai suoi figli è individuato nella lingua gallese e l’augurio con il quale si conclude l’inno è proprio “O, che sopravviva la vecchia lingua !”.
L’esecuzione dell’inno al Millennium, come dicevo prima, è un momento quasi religioso e, soprattutto nelle giornate di pioggia, durante le quali il tetto dello stadio viene chiuso, per preservare il manto erboso, tutto diventa ancora più suggestivo : l’orchestra da semplicemente il “la” e poi si tace, i giocatori si stringono forte in un commovente abbraccio ed insieme al pubblico intonano la lirica “a cappella” (mi sta venendo la pelle d’oca semplicemente a scriverlo…)… in caso di rinascita vorrei rinascere gallese (lo dico sempre chissà se si avvererà) !
Una partita di rugby in Galles non è semplicemente una partita, ma un raduno di famiglie, amici, conoscenti, sconosciuti, tutti uniti dalla passione per la palla ovale; è di più, è una festa e, durante la partita, tanti sono i momenti nei quali, spontaneamente, sugli spalti vengono cantate a ripetizione canzoni della tradizione. Da questa passione travolgente sono rapiti anche i mezzi di comunicazione, in particolar modo la BBC, che per le partite del Sei Nazioni, crea sempre degli spot divertenti (qui ne potete vedere uno).
Ma torniamo all’inno, in differita dal Millennium Stadium di Cardiff, eccolo qui !

Nell’unica partita della RWC2019 giocata oggi, la Scozia ha regolato Samoa con un roboante 34-0, riscattando in parte la sconfitta all’esordio con l’Irlanda.

A prestissimo e … mai paura !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Road to Rugby World Cup 2019 #11 O Canada

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“Rugby… Guerra paradossale perche’ legata a una regola astuta che vuole le squadre avanzare sotto la clausola di far volare il pallone solo all’indietro, movimento e contromovimento, avanti e indietro, solo certi pesci, e nella fantasia, si muovono cosi’.” (Alessandro Baricco)

Undicesima puntata del nostro viaggio: dalle rive del Mediterraneo ci spostiamo oltre oceano : Canada !
Il rugby canadese fece il suo esordio sulla scena mondiale nel 1932 incontrando la nazionale giapponese. A quell’epoca, come per molti dei paesi che sin qui abbiamo visitato, l’inno nazionale era, neanche a dirlo, God Save the Queen. Nel lontano 1880, però, Adolphe-Basile Routhier aveva composto, in lingua francese, O Canada. Successivamente, nel 1908, Robert Stanley lo tradusse in inglese (in Canada l’inglese ed il francese hanno dignità paritetica). L’inno rimase in “cantina” per tantissimi decenni, anche dopo la sostituzione della bandiera canadese, nel 1965, quando fu The Maple Leaf Forever, un componimento patriottico del 1867, a sostituire God Save the Queen. Occorrerà arrivare fino al 1980, anno in cui O Canada diventa l’inno ufficiale canadese.  Il breve testo dell’inno richiama agli ideali patriottici dei canadesi e li sprona a sorvegliare sulla libertà del loro paese (“O Canada we stand on guard for thee”). Oltre alle versioni inglese e francese ne esiste anche una ufficiale in inuktitut, la lingua del popolo Inuit, uno dei dei gruppi, insieme agli Yupik, in cui sono divisi gli eschimesi. Lo scorso anno, O Canada, è tornato agli onori della cronaca : il 1 febbraio 2018, con la ratifica del Senato canadese, diventano definitive alcune modifiche al testo dell’inno, che riportano alcune espressioni, dal genere maschile a quello neutro; in particolare, la frase “True patriot love in all thy sons command” che faceva riferimento a “tutti i tuoi figli”, è stata cambiata in “True patriot love in all of us” e cioè “tutti noi”. La modifica è frutto di una mozione parlamentare presentata dal deputato liberale Mauril Bèlanger e sostenuta con entusiasmo da buona parte dell’opinione pubblica e dalle organizzazioni femministe. L’esempio canadese e quello australiano (che avevamo qui descritto qualche giorno fa), hanno acceso la discussione in moltissimi paesi e vedremo se anche altri ne seguiranno la scia.
Ecco a voi il filmato dell’inno che introdotto la prima partita del Canada alla RWC2019 !
Per quanto riguarda il torneo, ieri è arrivata la prima sorpresa : il Giappone, a valle di un match tiratissimo ha avuto ragione dell’Irlanda che così bene aveva fatto alla prima uscita. E’ di oggi, invece, la vittoria del Galles sull’Australia, che tanto sorpresa non è, ma conferma il buon momento che sta attraversando la nazionale guidata da Warren Gatland.

A prestissimo e … mai paura !

 

 

Road to Rugby World Cup 2019 #10 Fratelli d’Italia !

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“Il rugby é un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali ma non lo é per un cattivo sportivo, a qualsiasi classe appartenga. ” (W.J. Carep)

Tanto tuonò che piovve… è arrivato il momento della nostra nazionale e di Fratelli d’Italia ! Non è mai semplice scrivere e discutere del Canto degli Italiani, si rischia di scivolare su tematiche politiche, di sembrare populisti o nazionalisti, cosa che io non voglio affatto; vi parlerò del nostro inno così come ho fatto finora, cercando di incuriosirvi, di trasmettervi la voglia di approfondirne la genesi e, ne sono sicuro, di darvi la possibilità di un futuro ascolto più attento che in passato.
Fratelli d’Italia fu scritto dal patriota genovese Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, in piena epoca risorgimentale, quando forti erano i richiami al patriottismo. Si da per certo che Mameli, repubblicano e giacobino, si ispirò, nella stesura, all’inno nazionale francese, dove forti erano i richiami alla Libertè, Egalitè, Fraternitè. L’inno fu suonato per la prima volta in pubblico, il 10 dicembre 1847 ed il commento del giornale “L’Italia”, uscito qualche giorno dopo, fu il seguente : “Da molte sere numerosa gioventù si aduna nel locale dell’Accademia filodrammatici a cantare un inno all’Italia del Cav. Mamelli, posto in musica dal maestro Novaro. La poesia …è piena di fuoco, la musica vi corrisponde pienamente…”
Negli anni successivi tante furono le vicissitudini di questo componimento ma una “investitura” speciale spicca su tutte:  nel 1862, nel corso dei festeggiamenti per l’esposizione universale di Londra, Giuseppe Verdi scelse l’Inno di Mameli, in luogo della Marcia Reale, per rappresentare l’Italia.
Dopo l’oblio patito nel ventennio fascista, a valle dell’armistizio dell’otto settembre 1943, Fratelli d’Italia tornò a far parte di quelle canzoni che accompagnavano l’avanzata degli antifascisti e degli alleati, dal Sud al Nord dell’Italia. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo un ampio dibattito politico, il 12 ottobre 1946, durante un consiglio dei ministri, il ministro della Guerra, Cipriano Facchinetti, comunicò ufficialmente : “Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli 
Il Canto degli Italiani rimase “inno provvisorio” fino al Decreto del Presidente della Repubblica del 4 dicembre 2017, dove si legge : “1. La Repubblica riconosce il testo del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale. ”
Nel testo di Goffredo Mameli, fortissimi sono i riferimenti alla storia dell’antica Roma, poichè nelle scuole, in quel periodo, era studiata con particolare attenzione (“… stringiamci a coorte…); si passa dal richiamo alla fratellanza, all’unione che conduce alla vittoria, della prima strofa, al risorgimento di un popolo sotto un’unica bandiera, della seconda. Nella terza strofa forte è la citazione del pensiero mazziniano, secondo cui un popolo unito combatte per la propria libertà seguendo il desiderio di Dio. La quarta strofa ricorda, invece, quelle che sono state le lotte degli italiani contro i dominatori stranieri, riportandone alcuni esempi (il condottiero Francesco Ferrucci, il Balilla ed i Vespri Siciliani). Nella quinta strofa si fa cenno agli imperi dell’epoca, sottolineandone la decadenza e la sconfitta (“… l’aquila d’Austria le penne ha perdute…“).
La sesta ed ultima strofa annuncia, finalmente, il raggiungimento dell’unità nazionale dopo un lungo periodo di “torpore” (“Evviva l’Italia, dal sonno s’è desta”).
Il “SI !” con il quale si conclude l’inno, ricorda, infine, il giuramento da parte del popolo italiano, di battersi sino alla morte pur di ottenere la liberazione e l’unificazione del Paese.
Ci sarebbe ancora tantissimo da scrivere, da approfondire, ma mi fermo qui… anche perchè, proprio mentre sto scrivendo, la nostra nazionale di rugby, in quel di Fukuoka, sta effettuando il riscaldamento prepartita, prima di affrontare il Canada, nella seconda giornata della RWC 2019 (diretta alle 9,30 su RAI 2). Sarà un’ottima occasione per sostenere i nostri atleti cantando l’inno, il Canto degli Italiani, insieme a loro !
Nel frattempo qui ne trovate un’anteprima.
La RWC 2019, come dicevo, è arrivata alla seconda giornata, e finora le partite si sono susseguite senza particolari sorprese; mi sento di dire, non come pronostico ma semplicemente come rilevazione tecnica (i posteri valuteranno la mia analisi), che due sono le squadre che mi hanno particolarmente colpito finora: gli All Blacks, letali, per la reazione e per la tenuta durante la partita con il Sudafrica e l’Irlanda, sontuosa, forse l’unica finora che ha saputo imporre il proprio gioco per ottanta minuti, alla Scozia peraltro; le altre due squadre che potranno essere sicuramente protagoniste fino alla fine sono l’Inghilterra, granitica, che riesce a giocare divertendosi e facendo divertire, ed il Sudafrica, invictus, che, a più riprese, ha messo sotto gli All Blacks.

A prestissimo ! Buon rugby e … mai paura !