Apple Card, oltre al wallet c’è di più ?

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E’ da qualche giorno che non si parla d’altro : le novità presentate da Apple, prima fra tutte la Apple Card, ridisegneranno i business dei vari settori impattati.
Tralasciamo, per mia scarsa competenza, le novità nel campo TV, Gaming e Informazione, e concentriamoci sulla sbandierata rivoluzione nel mondo Fintech: cosa sappiamo di questa nuova carta ?
E’ dematerializzata (non una grande novità), è inserita nel wallet di Apple Pay (ovviamente), se ne può avere una versione fisica in titanio (no comment), nella versione fisica non figurano altre info se non il nome del titolare ed il circuito (Mastercard). Fin qui, almeno per me, nulla da farci balzare dalla sedia, ma andiamo oltre; non ci sono commissioni (e questa è una buona notizia, anche se, durante la presentazione è stata proiettata una schermata dove le commissioni per operazioni transfrontaliere figuravano eccome, ma sarà una distrazione…). Apple afferma che nessuno degli attori coinvolti (Goldman, Apple e Mastercard) traccerà in alcun modo le spese; suona strano, però, che, proprio ieri, Goldman e Citi hanno annunciato il loro investimento su Second Measure, una compagnia che, guarda caso, traccia proprio le abitudini di spesa …
Tra le funzionalità che più hanno creato interesse c’è quella del riconoscimento automatico del tipo di spesa, con tanto di geolocalizzazione dello store dove si è effettuato il pagamento (siamo sicuri che questo possa essere veramente realizzato fuori USA ?).
Veniamo quindi all’offerta cashback: 1% su store fisici e virtuali dove non è accettato ApplePay, 2% ogni volta che si usa ApplePay, 3% se acquisti su Apple. Il cashback viene accreditato contestualmente alla spesa. Buona cosa ma … non si vive di solo cashback (Satispay vi dice qualcosa ?), questa carta dovrà transare e tanto per coprire l’investimento; anche questo avvalora l’ipotesi di un’offerta più tarata per il pubblico USA che per quello europeo, men che meno per quello italiano (leggi qui per altri commenti).
Direi che vi ho annoiato abbastanza … dico soltanto, a mio modestissimo parere, a chi, nei giorni scorsi e nei giorni futuri, si è detto e si dirà fortemente preoccupato per tutta questa innovazione nel settore dei pagamenti : Keep calm and carry on !
E rubando la chiosa ad un commento letto ieri su Linkedin : The only one winning is always Mastercard

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Open mind, open innovation and … closed windows

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E’ da tempo ormai che vado riportando un pò ovunque la mia teoria dello stretto legame tra Blockchain, AI e Digital Identity, e non smetto mai di affermare quanto sia importante, per un’azienda che voglia avere un posto privilegiato nel prossimo futuro, investire su questi filoni ed aprire le finestre per fare entrare questa aria di innovazione; quello che troviamo, spesso, è invece una pletora di finestre chiuse, sbarrate. Non mi stupisce ci siano tanti scettici, è normale, soprattutto per quelle tecnologie come le DLT, che rischiano di portare un ribaltamento più che un cambiamento radicale in tantissimi settori; è un film già visto (ai suoi inizi, internet fu accolta allo stesso modo) e non è mia intenzione convicere a forza chiunque; quello che mi auguro è che, questi scettici, permettano ai cosiddetti “entusiasti”, di dimostrare la validità dei loro pensieri senza opporre una chiusura “a priori”. Lasciateci costruire un sogno, lasciateci provare che, come dice Massimo Chiriatti in un articolo pubblicato oggi su Cryptonomist “La Blockchain non cambierà il mondo. E’ il lavoro contemporaneo di chi vede nel lungo periodo che, insieme a chi sperimenta nel breve, lo cambierà”. Non andate, sempre e comunque in direzione ostinata e contraria, sforzatevi di guardare lontano e vedere vicino, basta uno spiraglio, lasciateci entrare. Il prossimo 21 gennaio ci sarà la prima riunione del comitato di esperti blockchain scelti dal MISE: starò alla finestra (la mia è sempre aperta per fortuna), in attesa di buone notizie; non ho aspettative particolari da questo gruppo di lavoro, so solo che la strada è lunga e piena di ostacoli, ma la carovana è quella giusta ! Spero soltanto che il loro percorso contribuisca a dare manforte, a chi come me,  come noi, non vede l’ora di costruire qualcosa di innovativo e positivo. Avremo tanto da lavorare anche noi, investendo su sistemi che non porteranno altro che fiducia, tracciabilità e trasparenza nei sistemi aziendali, arrivando alla vera disintermediazione, riducendo costi, complessità e rischi. Basta dare un’occhiata ad una recente ricerca firmata McKinsey dove si stima che la Blockchain potrebbe far risparmiare, alle sole istituzioni finanziarie, tra 80 e 110 miliardi nei prossimi 5 anni … la vogliamo addentare questa torta o no ?

Daje !

Vaticini e speranze per un 2019 a tutto Fintech & Blockchain

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Le ultime news del 2018, in ambito Fintech&Blockchain, sono state la nomina, da parte del MISE, dei gruppi di esperti Blockchain e AI ed i primi, timidi, approcci governativi di fornire un passaporto legale alla Blockchain. Due notizie che, senza dubbio, animano il dibattito positivo intorno a questa tecnologia e, probabilmente, dovrebbero contribuire a dare la spallata definitiva per superare questo benedetto hype del quale non si vede mai fine.
La nomina degli esperti che dovranno elaborare una strategia nazionale, in materia di tecnologie basate su DLT e Blockchain, ha inevitabilmente sollevato qualche polemica (da un paese di allenatori cosa ti vuoi aspettare daltronde ?). Per quanto mi riguarda, il gruppo non poteva essere selezionato in maniera migliore, e la presenza di personaggi come Marco Bentivogli, segretario della FIM-CISL, che ha fatto nascere qualche prurito quà e là, a mio modesto parere, invece, non può che giovare, vista la stretta correlazione tra lo sviluppo di nuove tecnologie e la nascita di nuove posizioni/figure lavorative. Per il resto, come ho avuto già modo di commentare altrove, i nomi, quelli giusti, ci sono tutti ! Non resta che aspettare la prima riunione, che dovrebbe essere convocata nel corso del mese di gennaio, per avere un’idea dell’aria che tira. Speriamo che sia aria fresca, anche di tramontana, purchè porti ai risultati che tutti aspettiamo.
Uno dei temi che, credo, si troveranno ad affrontare i “nominati”, sarà probabilmente quello di dare dignità legale alla Blockchain. Un primo timido tentativo era stato inserito nel Dl semplificazioni, ma poi è stato sfilato; parliamoci chiaro: non è che fosse il massimo, conteneva una definizione generica delle DLT e si occupa soltanto della cosiddetta “marca temporale” della transazione. In accordo con quanto rilevato in un articolo apparso sul Sole24Ore qualche giorno fa, ritengo che si debba andare più nello specifico, tenendo conti dei vari modelli applicabili alla tecnologia e delle normative europee, soprattutto quando parliamo di Smart Contract ed Identità Digitale. Ritengo che gli aspetti legali che ruotano intorno agli sviluppi in tema di blockchain, siano un pò come “l’ultimo miglio”, smarcato questo tema dovremmo essere in dirittura di arrivo… ma per cominciare a pensare in grande. Un buon esempio di quello che il nostro Governo potrebbe fare, sul tema normativo, è ciò che è stato fatto recentemente in Francia: dal 2016, i mini bonds, titoli obbligazionari emessi da PMI, possono essere emessi e scambiati su piattaforma di crowdfunding dedicate e, con il decreto del Primo Ministro emesso alla vigilia di Natale, si definiscono le condizioni di utilizzo dei “dispositivi di registrazione elettronica condivisa” (DEEP) per la trasmissione delle varie categorie di strumenti finanziari e per i “minibons”. Piccoli grandi passi nella giusta direzione direi.
Con queste premesse, più tutto il fermento che si anima, da sempre, sotto la cenere del camino dell’Innovazione, penso che il 2019 sarà un anno scoppiettante, forse quello della svolta, almeno per la Blockchain !

Daje !

No blockchain today, only Holiday (Billie)

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Oggi mi voglio disintossicare da lavoro, tecnologia e “rumore”, e voglio portarvi insieme a me tra le pagine di un libro, tra le note di un disco, avvinghiati dalle sensuali volute profumate di un caffè.
Cominciamo dal libro: Visionary Women, di Andrea Barnet, ci racconta di come, quattro “visionarie”, sono riuscite a realizzare i propri sogni, tra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. La recensione del libro, apparsa oggi su Il Sole 24 Ore, mi ha letteralmente rapito e mi ha fatto venire voglia di condividere con voi la vita di queste quattro donne. La prima è Jane Goodall; nata a Londra nel 1934 e da sempre appassionata dagli animali, fu la prima che, seppur priva di qualsiasi titolo accademico (solo nel 1964 ottenne il dottorato in etologia presso l’Università di Cambridge, nonostante non fosse laureata), cercò di approcciare lo studio degli scimpanzè in maniera totalmente innovativa, sfruttando cioè il contatto diretto, familiarizzando con gli animali, arrivando addirittura a dare ad ognuno un nome e distinguendoli in base a temperamento ed abitudini. Fu anche la prima ad osservare l’uso di utensili da parte degli scimpanzè (stecchini per estrarre larve e termiti dai tronchi degli alberi), cosa che sconvolse non poco gli studiosi dell’epoca e che mise in dubbio il paradigma secondo cui soltanto gli esseri umani erano in grado di utilizzare degli utensili. Goodall ha scritto numerosi libri e girato molti documentari, nel 2002 è stata nominata Messaggero di Pace delle Nazioni Unite e nel 2011 è stata insignita del titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana ed è tutt’ora a capo del Jane Goodall Institute, che si occupa dello studio e della tutela dei primati nel mondo.
La seconda donna di cui si parla nel libro è Rachel Carson: biologa e zoologa statunitense, con il libro “Primavera Silenziosa”, pubblicato nel 1962 e la cui pubblicazione fu fortemente osteggiata da giornali e lobbies dell’epoca, diede di fatto vita al movimento ambientalista americano, animando il dialogo sulla pericolosità dei pesticidi, in particolar modo il DDT, fino a farne decretare l’abolizione dell’uso; già malata terminale, tra il 1962 ed il 1964, non rinunciò a testimoniare alla commissione voluta dal presidente Kennedy per approfondire appunto la pericolosità dei pesticidi.
La terza protagonista del libro è Jane Jacobs: antropologa e attivista statunitense, fu costretta a prendere la cittadinanza canadese per le sue posizioni contro la guerra del Vietnam. Fu autrice di diversi libri e saggi, nei quali criticava fortemente il modello di sviluppo delle città moderne e contribuì in maniera decisiva al salvataggio del Greenwich Village da coloro che volevano trasformarlo in un intrico di autostrade. Per ricordare l’impegno di Jane Jacobs, ogni in anno, in varie località del mondo, si svolge una manifestazione culturale denominata Jane’s Walk, che ha come obiettivo la sensibilizzazione all’educazione urbana attraverso passeggiate libere e gratuite durante le quali i partecipanti possono liberamente scambiarsi opinioni, parlare e celebrare i propri quartieri (si svolge anche in Italia, in tantissime città).
L’ultima protagonista del libro è Alice Waters: attivista, ristoratrice e chef americana, autrice di una vera e propria rivoluzione culturale della cucina, che ha preso le mosse dal suo ristorante Chez Panisse di Berkeley. Con il suo impegno instancabile, ha contribuito alla diffusione della cultura dell’alimentazione biologica e stagionale ed alla promozione dell’educazione al cibo nelle scuole. Dal 2002 è vice presidente di Slow Food ed è stata recentemente insignita della laurea Honoris Causa da parte dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Questo mio sproloquio vuole essere soprattutto una celebrazione dell’universo femminile, quell’universo spesso attaccato, deriso ed osteggiato (proprio come le protagoniste del libro di Barnet), purtroppo ancora oggi, con la parità di genere che, ahimè, rimane spesso solo un bell’esercizio su carta. Questo mio scritto vuole essere vicino, ed anche questa è cronaca quotidiana, a tutte quelle donne vittime di violenze, razzismo, femminicidi proprio come la donna di cui voglio parlare adesso, ma che non è ricompresa nel libro trattato finora : Billie Holiday (vedi foto all’inizio dell’articolo)Artista di colore, nata nell’aprile del 1915 a Philadelphia, Billie è forse una delle migliori interpreti della musica jazz e blues. Ebbe un infanzia molto difficile, subì maltrattamenti in famiglia ed uno stupro all’età di 10 anni; scappò da quella realtà per raggiungere la madre, che nel frattempo si era trasferita a New York, ma anche li nulla fu facile e a causa della miseria profonda, per vivere fu costretta a prostituirsi. All’età di 18 anni, fu fortunatamente notata da un produttore durante una sua esibizione in un locale blues e, ben presto, incise i suoi primi due dischi. Lavorò con i migliori jazzisti dell’epoca, cavalcando un successo sempre crescente, ma non dimenticò mai le sue origini e la sua storia: fu nel 1939, infatti, che con grande coraggio, incise Strange Fruit, il pezzo che tutt’ora la rappresenta e che la rivista Time, nel 1999 definì “Canzone del Secolo”, una canzone di denuncia contro il razzismo (Strange Fruit, lo strano frutto appunto, nella canzone è il corpo di un ragazzo di colore, ucciso da un gruppo di bianchi, che penzola appeso ad un albero). Purtroppo né il coraggio né il successo salvarono Billie da anni difficili, nei quali affrontò due matrimoni tumultuosi, la dipendenza dall’alcol e dalla droga, e la sua voce ne risentiva sempre più. La sua carriera intraprese una parabola discendente, fino alla morte nel luglio del 1959.
Non scordiamoci mai di queste donne, non scordiamoci mai di quanto, le donne devono lottare in più rispetto ad un uomo, nell’ambiente professionale in quello della vita quotidiana, teniamolo bene a mente, sempre e cerchiamo di fare qualcosa, anche un piccolo gesto, per sovvertire la tendenza.
Adesso andate a cercare sui vostri social preferiti una versione dal vivo di Strange Fruit, cantata da Billie Holiday, preparatevi un bel caffè, un the, la vostra bevanda preferita, mettetevi comodi, indossate le cuffie e lasciatevi pervadere dalla grandezza del pensiero e dell’azione di queste donne fantastiche !