Road to Rugby World Cup 2019 #9 Tavisupleba !

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“Il rugby è sempre una storia di vita, perché è lo sport più aderente all’esigenza di ogni giorno: lavoro, impegno, sofferenze, gioie, timori, esaltazioni. Non è uno sport da protagonisti, ma una somma di sacrifici.” (Luciano Ravagnani)

La RWC2019 ha finalmente avuto inizio e noi continuiamo a scoprire gli inni delle nazionali partecipanti; rimaniamo in Europa, ma ci spostiamo verso Est ed andiamo a far visita alla Georgia ! La Georgia è una delle nazionali rubgisticamente più giovani: ha fatto il suo debutto nella scena internazionale, nel novembre del 1991. L’esordio potè avvenire solo dopo la proclamazione dell’indipendenza dalla Russia, il 9 aprile 1991. All’indipendenza seguì un periodo politico piuttosto burrascoso, con avvicendamenti, ai vertici dello stato, sia militari che politici; una stabilizzazione ci sarà soltanto nel corso del 2004, a valle della cosiddetta Rivoluzione delle Rose, con la stesura di una nuova costituzione ed il raggiungimento del tanto agognato ingresso nella NATO. Proprio nel 2004, insieme all’adozione di una nuova bandiera, la storica Bandiera delle 5 croci (che potete vedere nella foto, sul bicipite sinistro di Mamuka Gorgodze, alias Gorgodzilla), si sentì la necessità di avere anche un nuovo inno nazionale; la scelta cadde su Tavisupleba (in georgiano “Libertà“), con musica composta da Zakaria Paliashvili, versi di David Magradze e adattamento da parte di Iosep Kechakmadze. Il breve testo, che, proprio per questo, vi riporto per intero, riprende alcuni dei temi presenti negli altri inni visti finora: l’amore per la patria, la bellezza della natura, e, richiamata più volte a sottolinearne ovviamente l’importanza, la Libertà !

La mia icona è la mia patria,
E il mondo intero è il suo supporto,
Montagne e valli splendenti
Sono condivise con Dio.
Oggi la nostra libertà
Canta alla gloria del futuro,
La stella del mattino sorge
E risplende fra i due mari,
Così sia lodata la libertà,
La libertà sia lodata

Nella speranza di non essere stato troppo noioso, ecco a voi il video di Tavisupleba (la qualità non è ottima, ma è il migliore che ho trovato).

Vi parlavo dell’inizio della RWC2019: si sono disputate le prime 4 partite, per ora senza sorprese; il Giappone ha battuto la Russia, l’Australia ha regolato le Fiji, la Francia ha superato faticosamente e fortunosamente l’Argentina (il famoso cul d’oltralp …) ed infine, nel girone che comprende l’Italia, la Nuova Zelanda ha battuto il Sudafrica.

A prestissimo e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #8 Flower of Scotland

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“Nell’anno del Signore 1314, patrioti scozzesi affamati e soverchiati nel numero sfidarono il campo di BannockBurn. Si batterono come poeti guerrieri. Si batterono come Scozzesi. E si guadagnarono la libertà” (dal film “Braveheart”)

Ecco a voi l’ottava puntata del nostro viaggio verso la RWC 2019; torniamo nell’emisfero nord ed andiamo a fare visita ad una delle più belle realtà del panorama rugbystico europeo ed internazionale : la Scozia !
L’inno che risuona, eccezionalmente in sostituzione di God Save the Queen, quando scendono in campo le nazionali scozzesi di rugby e di calcio, è Flower of Scotland (fiore di Scozia, ovvero il fiore di un cardo, particolarmente diffuso nelle campagne scozzesi, la cui versione stilizzata è presente sulle maglie dei giocatori). E’ una canzone folk, composta nel 1967 da gruppo musicale The Corries ed adottata come inno degli sportivi scozzesi nel corso degli anni ’70 e viene suonata negli stadi, su concessione della corona inglese (concessione molto sofferta, in quanto, trattasi di una lirica profondamente anti inglese), a partire dal 1993.  Il testo celebra la battaglia di Bannockburn (del 1314), la più significativa tra quelle avvenute nel corso della prima guerra di indipendenza scozzese (tra il 1296 ed il 1328). Le truppe messe insieme dal condottiero scozzese Robert Bruce potevano contare su circa 8.500 uomini e si trovarono ad affrontare l’esercito inglese che metteva in campo una forza di circa 27.000 uomini. La battaglia, grazie alla sagacia di Bruce, volse a favore degli scozzesi e la leggenda vuole che gli scozzesi persero un solo uomo, contro i circa 700 degli inglesi. Al termine della battaglia Bruce fu riconosciuto Re di Scozia e la nazione conquistò l’indipendenza, anche se le ostilità proseguirono ancora per qualche anno. Tornando al testo, si sottolinea come le truppe scozzesi combatterono per l’onore, per la loro terra, per le deliziose colline e vallate e per vedere ancora sbocciare il fiore di Scozia; nella seconda parte del testo, si ricorda che, seppur ormai lontane nel tempo, queste gesta dovranno essere sempre ricordate per permettere al popolo scozzese di tener sempre alta la testa !
Sentir echeggiare Flower of Scotland nel tempio del rugby scozzese, lo stadio di Murrayfield ad Edimburgo, è un’esperienza unica, quasi mistica : una suonatrice di cornamusa, dal tetto dello stadio, guida al canto tutto lo stadio, unito in un’unica voce; al termine della prima strofa, le cornamuse tacciono, lasciando interpretare agli spettatori, a cappella, la seconda strofa. Al termine, l’immancabile salva di cannone permette a tutti di sciogliersi in un lungo e caloroso applauso. Questa è la Scozia, questi sono gli scozzesi, tutto questo è Flower of Scotland; tutte le emozioni fin qui descritte le trovate in questo video !

A prestissimo e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #7 Namibia, Land of the Brave

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“Il rugby è una voce del verbo dare. A ogni allenamento, a ogni partita, a ogni placcaggio, a ogni sostegno, dai un po’ di te stesso. Prima o poi qualcosa ti tornerà indietro.” (Marco Pastonesi)

Il nostro viaggio in preparazione alla RWC 2019 ci porta oggi a visitare la prima avversaria dell’Italia nel cammino mondiale : la Namibia !
La Namibia è uno stato dell’Africa meridionale e, tra gli altri, confina con il Sudafrica, terra dalla quale ha importato quello che poi è diventato lo sport nazionale, il rugby.
La Namibia è una delle nazioni più giovani al mondo (ha ottenuto l’indipendenza dal Sudafrica soltanto nel 1990) e, dal 1966 al 1988 è stata teatro di una sanguinosa lotta armata per l’indipendenza. Con la fine del dominio sudafricano si rese necessario adottare un inno che rappresentasse gli abitanti di queste terre e che raccontasse il cammino che li ha portati all’indipendenza; fu indetto un concorso pubblico ed a vincere fu Namibia, Land of the brave, composta proprio quell’anno da Axali Doeseb. Il brevissimo testo celebra il coraggio degli abitanti di questa terra che conquistarono la libertà a caro prezzo e che fanno dell’odierna unità la forza che li aiuterà a difendere, nonostante la molteplicità di culture e contrasti, la loro terra delle savane libera da ogni tipo di catena. In Namibia coesistono, ora pacificamente, oltre 12 etnie diverse oltre a persone di origine olandese, anglosassone e tedesca; un’altra nazione “arcobaleno” come quella sudafricana. Profondo, anche in questa nazione, è il rapporto con la natura, tant’è che sulla maglia dei giocatori namibiani troviamo rappresentata l’aquila pescatrice africana, emblema della fauna locale.
La Namibia è inserita nello stesso girone eliminatorio dell’Italia e sarà anche la prima nostra avversaria nel torneo; per chi avrà la voglia di farsi un’alzataccia, l’appuntamento è per domenica 22 settembre, alle 7,15, con diretta su RaiDue e RaiSport. Per prepararci ad applaudire le due nazionali eccovi il filmato di Namibia land of the brave !

A prestissimo e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #6 Advance Australia Fair

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“Il potente sfonda, il piccolo s’infiltra, l’alto salta, il guizzante corre. In una squadra di rugby c’è posto per tutti.” (Luciano Ravagnani)

Manca soltanto una settimana all’inizio della RWC 2019 e noi proseguiamo il nostro viaggio alla scoperta degli inni delle squadre partecipanti: ancora emisfero sud, stavolta tocca all’Australia !
L’inno dell’Australia, Advance Australia Fair (Incedi bella Australia), fu composto verso la fine dell’ottocento da Peter Dodds McCormick e venne eseguito per la prima volta nel 1878 ma, anche se apprezzato, sia dalla popolazione che dalle autorità, non riuscì a scalzare l’allora inno ufficiale, God Save the Queen (in onore della corona britannica, molto presente a queste latitudini come già riportato nei precedenti articoli di questa serie). Nel corso del 1977, quando i tempi furono maturi per un distacco dal cordone ombelicale britannico, venne indetto un referendum per stabilire quale dovesse essere il nuovo inno australiano e a spuntarla fu proprio la canzone composta da McCormick. Nel 1984, Advance Australia Fair diventa finalmente l’inno ufficiale, a valle di alcune “coraggiose” correttive al testo originale (furono eliminati tutti i riferimenti alla corona britannica e le varie espressioni che figuravano in tono maschile sono state riportate in genere neutro). Il testo è una celebrazione delle bellezze di questa nazione, della libertà ed della voglia di mantenere intatta la bellezza di questa terra !
L’inno, di recente, è stato al centro di una clamorosa protesta da parte dei giocatori di origine aborigena che militano in nazionale : celebrare l’Australia come una nazione giovane e libera oscurerebbe, secondo il loro pensiero, i 60 mila anni di storia aborigena nel continente. Per dare risonanza a questa protesta, circa due mesi fa, in occasione di una partita ufficiale, i giocatori aborigeni della nazionale, durante l’inno, sono rimasti in silenzio attirando ovviamente l’attenzione di tutti i mezzi di comunicazione. A valle di questo episodio, si sta facendo strada nel paese un “partito” di coloro che vorrebbero apportare una piccola ulteriore correzione al testo, sostituendo “giovane e libera” con “forte e libera”. La protesta ha quindi ottenuto l’effetto voluto: accendere i riflettori ed avviare la discussione; sembra comunque che, per le partite dei mondiali, tutti i giocatori canteranno l’inno come sempre. Sempre in tema, aggiungo che, la federazione australiana di rugby, da sempre attenta al rispetto per tutte le culture, nello scegliere la seconda maglia della nazionale per i mondiali, ha pensato di introdurre dei fortissimi richiami alle tradizioni aborigene e ne possiamo apprezzare il risultato, ammirando i disegni ed i colori nella foto in apertura articolo. Come potete osservare, in basso, al centro della maglia, figura l’emblema della nazionale, che è poi anche il soprannome con il quale sono conosciuti i rugbysti australiani : il Wallaby.  E’ un marsupiale, molto simile al canguro, che popola gran parte degli stati del Pacifico. L’origine del nome si dice derivi dalla lingua aborigena Dharuk, nella quale si indicava questo animale con i termini walabi o waliba.
Penso di essermi dilungato abbastanza… godetevi questa bella versione di Advance Australia Fair e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #5 God bless Fiji

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“Il rugby sono 14 uomini che lavorano insieme per dare al quindicesimo mezzo metro di vantaggio.” (Charlie Saxton)

Bentrovati lettori ! Proseguiamo la nostra ideale altalena tra i due emisferi del globo; trasferiamoci nuovamente nell’emisfero sud per andare a conoscere una delle squadre più fisiche del pianeta : Fiji !
Le Fiji sono un piccolo stato insulare del Pacifico abitato da poco meno di un milione di persone. Furono scoperte, come altre isole di queste latitudini, dalle esplorazioni di esplorazioni europee, in questo caso dall’olandese Abel Tasman nel 1643 e quindi colonizzate dal regno britannico. Nel 1970 le Fiji conquistarono l’indipendenza e divenne una repubblica nel 1997 dopo una serie di colpi di stato. Ancora oggi la situazione politica interna è molto difficile e, soltanto di recente, il paese è stato riammesso nel Commonwealth. L’inno delle Fiji, God Bless Fiji, fu composto nel 1911 da Michael Francis Alexander Prescott.  Il testo, molto scarno, presenta forti richiami alla protezione divina per preservare questa terra di sabbie dorate, tramonti, felicità !
Come dicevo in apertura, i giocatori figiani sono famosi per la loro prestanza fisica (che, spesso, va a scapito della tecnica), e si vedono costretti ad emigrare verso i campionati europei per trovare fortuna e guadagni (soprattutto in Francia ed in Inghilterra) e per portare al servizio della propria nazionale gli skill appresi durante le loro peregrinazioni.
Le partite delle Fiji sono precedute dall’inno e dalla tradizionale danza Cibi ! Le origini della Cibi sono remote ed incerte, ma sembra ormai assodato che sia nata come danza di guerra. Il debutto della Cibi avvenne nel 1939, durante un tour di trasferte in Nuova Zelanda, per contrastare la Haka Neozelandese. Godiamoci insieme questa versione della Cibi, eseguita nello stadio di Twickenham, Londra, prima del debutto ai campionati del mondo del 2015 : Cibi !

A presto e … mai paura !

Road to Rugby World Cup 2019 #4 Amhrán na bhFiann and Ireland’s call

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“… non è come il calcio, il blitz, il contropiede, la guerra-lampo, roba elegante, da individuali. A rugby conta solo il gioco collettivo: terra da conquistare, linea dopo linea, fino all’ultima trincea che, non a caso, si chiama meta…” (A. Baricco)

Il nostro viaggio tra gli inni delle nazioni che si affronteranno nella RWC 2019, ci porta oggi in nella mitica isola verde: l’Irlanda !
La nazionale irlandese di rugby è l’unica nazionale ad essere accolta in campo da due inni (eseguito uno dopo l’altro, soltanto per le partite casalinghe) : Amhrán na bhFiann, tradotto in inglese Soldier’s Song, e Ireland’s Call; il primo inno è quello della Repubblica d’Irlanda, o Eire, mentre il secondo viene eseguito per accogliere, in unico inno, anche gli atleti provenienti dalla quarta provincia irlandese, l’Ulster, o Irlanda del Nord, che, come sappiamo è sotto la giurisdizione britannica. Il rugby è lo sport che unisce, e questo detto non è mai stato così vero come in questo caso: atleti di due nazioni diverse che vestono la stessa maglia e cantano le stesse parole !
Soldier’s song viene composto, nel 1910, da Patrick Heeney e Peadar Kearney, per dare forza all’esercito irlandese (cattolico) che combatteva contro l’impero britannico. La lotta armata durò parecchi anni, a cavallo della Prima Guerra Mondiale e terminò nel 1921 con il riconoscimento dello Stato Libero d’Irlanda. Cinque anni dopo, nel 1926, Soldier’s Song diventa l’inno nazionale irlandese. Il testo, ovviamente, è un accorato appello alla ribellione, all’unità ed alla lotta per cacciare via il sovrano oppressore e riappropriarsi della propria identità, della propria terra; alcuni versi richiamano lo “stringiamoci a coorte” del nostro inno di Mameli (le assonanze non finiscono qui…). Nel 1949 viene proclamata la Repubblica d’Irlanda che raggruppa quasi tutte le province irlandesi, ad eccezione dell’Ulster che rimane sotto l’egida britannica. La convivenza di due popolazioni così religiosamente diverse, la continua presenza militare britannica nell’Ulster e la voglia indomita di riunire tutte le contee sotto un’unica bandiera, rappresentano la miccia che accenderà una sanguinosa lotta civile, i cosiddetti Troubles. Il conflitto si svolse tra gli anni sessanta e la fine degli anni novanta, causando circa 3.000 morti. Le ostilità cesseranno soltanto il 10 aprile 1998, con l’accordo del Venerdì Santo. A livello sportivo avviene un “miracolo” : la federazione irlandese di rugby (IRFU), volendo rappresentare tutto il rugby irlandese, senza divisioni di sorta, rinuncia al tricolore irlandese come bandiera, assumendo come identità un vessillo rappresentante un bianco trifoglio in campo verde, assumendo proprio il verde come colore comune e commissionando un nuovo inno per rappresentare gli atleti uniti. Nel 1995, dalla penna di Phil Coulter, nasce Ireland’s Call, che sprona tutte le province irlandesi a rispondere ad un’unica chiamata, quella dell’Irlanda (“L’Italia chiamò”… altra assonanza). Il testo è molto scarno ma ribadisce l’unione delle quattro province (Munster, Connacht e Leinster per l’Eire e Ulster per l’Irlanda del Nord) ad unirsi e sostenersi nella lotta, spalla a spalla, shoulder to shoulder !
Chi ha visto una partita dell’Irlanda nel mitico Aviva Stadium di Dublino, sa bene che i due inni fin qui descritti, sono solo una parte dell’accompagnamento musicale del gioco; durante la partita, vengono spesso cantate due canzoni della tradizione popolare irlandese: Molly Malone e Fields of Athenry. La prima viene considerata l’inno della città di Dublino ed è la storia di una venditrice ambulante di pesce, Molly Malone appunto, che sembra arrotondasse le sue entrate con quelle provenienti dall’attività di meretrice. Ancora oggi, una bellissima statua bronzea di Molly Malone eretta nel centro della capitale irlandese, è costante meta di turisti.
Fields of Athenry, invece, ricorda gli anni della carestia e della guerra contro la corona inglese, tra il 1845 ed il 1850; narra la storia di una giovane coppia, divisa dalla condanna di lui, per aver rubato del frumento che serviva a nutrire il loro bambino e per aver combattuto fieramente il dominio della corona britannica; lei si ritroverà da sola, al porto, guardando la nave galera che porta lontano il suo amato. Il ritornello di questa struggente canzone viene cantato per sottolineare i momenti esaltanti della partita.
Direi che è arrivato il momento di gustarsi questo unico e particolare miracolo sportivo, gli inni della nazionale irlandese di rugby : Soldier’s Song + Ireland’s call !

A presto e… mai paura !

PS: per chi volesse approndire, qui trovate una bellissima versione live di Fields of Athenry cantata dai Dubliners

Road to Rugby World Cup 2019 #3 Ko e fasi ʻo e tuʻi ʻo e ʻOtu Tonga

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“… da quel giorno si fanno chiamare Ikale Tahi, cioè Aquile di mare, indossano una maglia rossa come il Galles di Gareth Edwards, delle mete non gliene frega niente, a loro interessano solo i placcaggi, meglio se al collo, e pazienza, sono fatti così.” (M. Pastonesi)

Il nostro terzo appuntamento, ancora una volta nell’emisfero sud, ci porta nel regno di Tonga, detta anche “Isola degli amici” per il carattere gioviale dei suoi abitanti.
Abitato già a partire dal II millennio a.C., fu colonizzato verso la fine del 1700 dalle spedizioni di James Cook, che assicurò questo regno alla corona britannica.
L’inno nazionale è l’impronunciabile “Ko e fasi ʻo e tuʻʻo e ʻOtu Tonga”, che si traduce “canzone del Re delle isole Tonga“; le parole furone scritte dal principe  Uelingatoni Ngū Tupoumalohi e divenne l’inno ufficiale di Tonga nel 1874. Il brevissimo testo di cui è composto l’inno rappresenta un richiamo alla protezione divina sul regno e sul suo sovrano. Per i rugbysti tongani, non è tanto l’inno a fornire le motivazioni per affrontare le partite, bensì l’antica danza di guerra Sipi Tau, derivazione dell’altrettanto antica Kailao, che viene eseguita subito dopo l’inno, mentre la squadra avversaria la osserva, schierata immobile sulla linea di centrocampo in segno di rispetto (è un sorta di protocollo “non scritto”, che vale anche per la Haka neozelandese e per le altre danze che accompagnano gli inni delle squadre delle isole del Pacifico). Le parole che accompagnano la gestualità della danza, vengono spesso cambiate e non se ne ha una versione “stabile”, viene dettata sempre dall’emozione del momento; gli unici riferimenti “fissi”, sono i richiami allo spirito guerriero dei tongani ed alla protezione divina per chi non tornerà dalla battaglia. Questo non deve tradire comunque l’indole “positiva” di questa popolazione; dice infatti un vecchio proverbio tongano “Oua lau e kafo kae lau e lava“, che suona più o meno “rimani positivo e ringrazia per quello che hai“. Siale Piutau, uno dei giocatori più rappresentativi e famosi di Tonga (ha disputato numerose stagioni nel campionato inglese e nel Super Rugby), disse in un’intervista “La Sipi ti gasa, pompando aria nei polmoni; ti focalizza sul tuo avversario e ti carica di emozioni. Per noi è così importante che sapere come uscirne è la chiave della nostra prestazione.
Beh, direi che è giunto il momento di gustarsi una suggestiva versione della Sipi Tau, buona visione e a prestissimo !